Recensione “La Perla e la Tartaruga”

di Annalisa Bertuzzi

Dobbiamo diventare protagonisti della nostra vita che sta accadendo in questo preciso momento, senza aspettare che qualcosa o qualcuno venga a salvarci da una prigione da cui nessuno, se non noi stessi, può liberarci.

Sandro ha una trentina d’anni e lavora come medico anatomopatologo. Per trovare sollievo ad un malessere a cui non sa dare un nome né un perché, un vissuto dilagante di vuoto e di inutilità, decide di intraprendere un percorso psicoterapeutico.

Il suo terapeuta è Renzo, che lavora in base all’approccio psicanalitico e si serve di procedure immaginative. Renzo ci racconta passo per passo questo cammino sin dal giorno del primo incontro. Le due voci, quella di Sandro e quella del suo terapeuta, si intrecciano nella narrazione percorrendo, come da tradizione analitica, le vie del sogno, dell’immaginazione e del ricordo, che si accompagnano ai vissuti quotidiani.

Conosciamo così meglio Sandro, che non capisce cosa gli stia succedendo e cerca di dare un nome al suo male di vivere, struggendosi per dare alla sua vita un senso che sente di aver smarrito e che fatica a ritrovare o forse a trovare per la prima volta, un senso che sia solo il suo, non mediato dalle aspettative e dalle immagini degli altri. Non sa bene chi è e cosa vuole, si avverte incompiuto, perso in un uno stallo esistenziale da cui non sa come venir fuori.

Si guarda dentro alla ricerca di spiegazioni, si tormenta, vorrebbe cambiare, ma non sa cosa e come e, più di tutto, ha paura. Perché gli sembra di essere senza via d’uscita.

Di fronte ad un malessere così grande, la risposta più immediata è la fuga: dire no alla vita. Un no declinato in vari modi a seconda dei momenti, sia immaginato nell’accezione estrema di vedere il suicidio come modo per evadere dalla prigione in cui si sente rinchiuso, che agito come adattamento, contemporaneamente rassegnato e rabbioso, alla propria condizione. Per usare le parole di Sandro

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